lunedì 12 dicembre 2011

Don Giovanni a cenar teco m'invitasti... ma quasi quasi vado in pizzeria.

Che dire di questo "Don Giovanni"?
Ancora forte vibra l'incazzatura, dopo tre giorni di code e appelli e tre ore e mezzo di spettacolo inerpicata su un tacco 10 + 2 di plateau per vedere, rigorosamente in piedi, lo spettacolo inaugurale della stagione scaligera 2011/12. Per il 7 dicembre si fa tutto.
Ma dal 7 dicembre si pretende anche tanto.

La sensazione dominante è quella di una consapevole presa per il culo.
Consapevole, ovviamente, da parte di chi l'ha perpetrata.
Il maestro concertatore e direttore e il regista canadese si sono divertiti a prenderci in giro, allestendo una schifezza, una ciofeca, come direbbe Eduardo, travestita da allestimento colto intellettualoide.
Così, se dici che è brutto, è perché non ci arrivi, perché non hai studiato e ti mancano i riferimenti.
Ma mi facessero il piacere.

La domanda è: perché?
Perché fare del "Don Giovanni" - che è un capolavoro - un'opera brutta, noiosa e buttata via?
Non è dato di sapere.
Perché dirigere una partitura musicale - costruita alla perfezione, come un BigDominoRally di coppe di champagne, una che si rovescia nell'altra, senza una nota banale - come una distratta marcia funebre?
Perché costringere una compagine di bravi cantanti a vestirsi da cretini e a muoversi da intronati? Indimenticabile resterà la Donna Elvira di Barbara Frittoli che, sul Catalogo di Leporello, mima la grassotta, la magrotta, la grande maestosa la piccina ognor vezzosa... e meno male che ci ha risparmiato pantomime alla Alvaro Vitali (visto il tenore dell'opera).

Per tutto il primo atto sono stata tentata di alzarmi e gridare "'A ridatece li sordi".
Ho sperato che, agli applausi, qualcuno lo gridasse dal loggione, quel loggione che solo pochi anni fa aveva ammazzato un'Emma Dante forse un po' troppo ambiziosa ma che in confronto al Carsen di oggi pareva Lijubimov.
Niente. Tutti felici. Tutti ad applaudire.

Tutti gabbati, mi viene da dire.
Ma quella è un'altra opera.




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